giovedì 31 maggio 2018

La Santa Schiavitù d’Amore di Gesù in Maria. III Pars Con Maria, in Maria e per Maria


Dopo aver chiarito il termine schiavitù all’interno della devotio mariana montfortiana e dopo aver ribadito lo scopo specifico di suddetta devozione, anche in ragione dei tempi odierni e della buona battaglia controrivoluzionaria, iniziamo ad indagare in cosa consiste e come vivere al meglio la santa Schiavitù d’amore in Gesù per Maria.
Cosa consacriamo a Gesù per Maria, quando ci rendiamo tutti di questi due sublimi amori? In primo tutto il nostro corpo con i suoi sensi; poi l’anima tutta con le sue facoltà; i beni temporali che useremo sub specie aeternitatis e quelli spirituali, il cui valore offriremo a Maria SS.ma ad maiorem Dei gloriam.
Ma perché consacrarsi a Maria come suo schiavo in questo modo? Per imitare anzitutto la sublime sottomissione di Gesù nei trent’anni della sua vita nascosta; poi per riconoscere solennemente i diritti di Maria quale Madre di Dio su di noi e sul creato; e in ultimo per ricevere l’abbondanza di grazie, di cui Maria è tesoriera e che riverserà su di noi, qualora ci sottomettiamo totalmente alla sua volontà.
Per questo, una volta effettuata la solenne consacrazione, dopo una preparazione di almeno trenta giorni1 , occorre vivere pienamente e totalmente la Santa Schiavitù d’amore.  Non bisogna fare altro che agire. Ma come?
Agire per mezzo di Maria, vale a dire non fidarsi di sé e dei propri meriti, ma tutto offrire a Lei perché ci conduca a Gesù.
Agire con Maria, ossia alla sua augusta presenza, e assumerla quale modello da imitare in tutto.
Agire in Maria, cioè unirsi alle sue disposizioni, non cercare altro tesoro spirituale se non Lei sola e farci sempre guidare in tutto da Lei.
Agire per Maria, che significa se non compiere ogni azione per la gloria di Maria, per suo amore, per ottemperare ai suoi santi disegni, che poi non sono altro che quelli di Dio stesso.
Ma prima di arrivare ad una vita tutta con Maria, il vero devoto deve approntare una strada ardua, ma percorribile, se ha fede, devozione e amore a Maria. Tale piccola via, alla quale abbiamo già accennato2, trova nella solenne Consacrazione a Gesù per Maria, con tanto di formula eucologica, composta dallo stesso san Luigi, il suo passaggio obbligato. Ma prima di ciò, il penitente deve affrontare un cammino preparatorio di almeno trenta giorni3, culminante nella consacrazione stessa.  Ogni giorno è buono per fare la consacrazione? Certamente sì, ma di solito si consiglia qualche festa solenne. Tra i montfortologi ci sono varie scelte di date, ma prevalgono feste ovviamente mariane. Chi scrive, invece, pur non escludendo date di solennità mariane, non disdegna pure altre feste dal forte significato spirituale, come il 28 aprile, memoria di San Luigi da Montfort o il 27 dicembre, festa di san Giovanni evangelista4.
Cosa solennizza il giorno della consacrazione oltre la recita solenne della formula consacratoria? Sentiamo san Luigi nel Tractatus: «Sarà bene che in tale giorno paghino qualche tributo a Gesù Cristo e alla sua santa Madre, sia in penitenza della passata infedeltà ai voti del Battesimo, sia per professare la loro dipendenza dal dominio di Gesù e di Maria. E questo tributo sarà secondo la devozione e la capacità di ciascuno, o un digiuno, o una mortificazione o un’elemosina o un cero. Quand’anche offrissero soltanto uno spillo, ma di buon cuore, tanto basterebbe a Gesù che guarda solo la buona volontà» (Tractatus VIII,232).
Alle tipologie di tributo qui sopra esposte dal santo c’è chi ha aggiunto l’offerta di libri santi e devoti per la salvezza delle anime oppure – come chi scrive- usare  i social media o similia per diffondere la devozione della Santa Schiavitù d’amore, mezzo potente di combattimento e strumento di salvezza in questi tempi burrascosi.
Continua.
Francesco Baldini


Note:
[1] Sulle modalità e sulla strutturazione di suddetta preparazione avremo modo di tornarci in dettaglio più avanti
[3] Alcuni riducono il cammino di trenta giorni a soli dieci per coloro che già conoscono la santa Devizione del Montfort o si sono già solennemente consacrati. Chi scrive, tuttavia, ritiene utile per tutti, anche il presenza delle numerose rinnovazioni della Consacrazione, di adottare lo schema dei trenta giorni, perché spiritualmente più proficuo.

[4] Chi scrive, si consacrò proprio in data 27 dicembre di ormai qualche anno fa e la consiglia, non solo perché collegata al culto a Sacro Cuore di Gesù e alle rivelazioni di Paray Le-Monial, ma pure perché l’inizio della preparazione avverrebbe il 27 novembre, festa della Medaglia Miracolosa, sacramentale per unito alla spiritualità montfortiana ed altra potente arma di battaglia spirituale
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mercoledì 30 maggio 2018

La Santa Schiavitù d’Amore di Gesù in Maria. II Pars Ad Jesum per Mariam!


Chiarito il significato del termine schiavitù all’interno della devozione montfortiana alla Beata Vergine, occorre procedere alla descrizione di questo giardino di delizie che è la Vera Devozione a Maria. Guida sicura in questo viaggio di amore e santificazione è senza dubbio il Tractatus montfortiano, vera summa della spiritualità mariana del santo predicatore.
In primo luogo, San Luigi ci tiene a ribadire che                 una solida devozione alla Vergine ci avvicina e non ci allontana dall’amore verso Nostro Signore Gesù Cristo. Dice il Montfort: «Se […] stabiliamo la solida devozione a Maria SS., è solo per stabilire più perfettamente quella a Gesù Cristo, solo per offrire un mezzo facile e sicuro di trovare Gesù Cristo» (Tractatus II,62). Se accadesse il contrario, infatti, ossia se tale devozione raffreddasse in noi l’amore al Salvatore, andrebbe rigettata come opera del demonio (ibidem)
Con quanto entusiasmo e trasporto spirituale i cristiani di ogni condizione sociale e culturale dovrebbero abbracciare, ieri come oggi, questa santa Devozione! Eppure san Luigi- e noi con lui- dobbiamo constatare con amarezza una realtà molto dolorosa. E per questo nel Tractatus il santo si rivolge direttamente a Nostro Signore, dicendogli: «Qui io mi rivolgo un momento a Voi, amabile mio Gesù, per lagnarmi dolorosamente con la divina Vostra Maestà, che la maggior parte dei cristiani, anche i più dotti, non conoscono l’unione necessaria che c’è tra Voi e la Vostra santa Madre» (Tractatus II,63). Per capire tale unione, tuttavia, bisogna fare un passo indietro. In Tractatus I, 14-15 san Luigi, dopo aver stabilito che solo Dio «per far tutto, basta che lo voglia» (Tractatus I,14), aggiunge che, premessa la natura onnipotente dell’Altissimo: «Iddio avendo voluto cominciare e completare le sue più grandi opere per mezzo di Maria, fin dal momento in cui l’ha plasmata, è consequenziale credere che nei secoli dei secoli non cambierà metodo: egli è Dio e non cambia né sentimenti né condotta» (ibidem 15). Pertanto, l’unione tra Gesù e Maria è così inscindibile che sarebbe più facile separare la luce dal sole e il calore dal fuoco che disgiungere questi due mirabili amori che sono per il cristiano Gesù e Maria. Di più. Sarebbe più semplice scindere Iddio dai suoi Angeli e Santi che dalla divina Maria: «perché ella [lo] ama più ardentemente e [lo] glorifica con perfezione maggiore di quella di tutte le altre [sue] creature messe insieme». (Tractatus II,63).
Mi si permetta d’indugiare ancora un po’ su questa sezione del Tractatus,nella quale il Montfort polemizza con il falsi devoti di Maria in quanto  argomento funzionale sia per rafforzare  il nostro attaccamento alla Santa Schiavitù d’amore sia per combattere il bonum proelium nei confronti di quel pernicioso minimalismo mariano, mariologico e –mi si passi l’allargamento dell’orizzonte- mariofanico che ha visto negli ultimi decenni un raffreddamento della vera devozione alla Madonna con modalità differenti, ma pur sempre deleterie per la santificazione dei singoli e delle società1.
Dopo aver stabilito la stretta unione fra Gesù e Maria, il Montfort prosegue: «Dopo ciò, amabile mio Maestro, non è cosa strana e dolorosa vedere l’ignoranza e le tenebre di tutti gli uomini di quaggiù riguardo alla vostra santa Madre?» (Tractatus II,64). E qui san Luigi ci tiene a precisare che non sta parlando di pagani e infideles che: «non conoscendo voi [Gesù  Cristo N.d.R], non si curano affatto di conoscer[la] [la santa Vergine]» (ibidem), e neppure di eretici e scismatici: «che non si curano di essere devoti della Vostra Santa Madre, essendosi separati da Voi e dalla vostra santa Chiesa»(ibidem). Ma allora a chi si rivolge il santo apostolo di Maria? «Ma parlo dei cristiani cattolici, che, pur facendo professione d’insegnare agli altri la verità, non conoscono né Voi né la  Vostra santa Madre, fuorché in una maniera speculativa, arida, sterile e indifferente»(ibidem). Il passo anzidetto è uno degli snodi fondamentali del Tractatus montfortiano, utile per la guerra in atto contro l’eresia modernista e neomodernista, compendio degli errori dei secoli passati, che ammorba la Chiesa e i cattolici da quasi mezzo secolo. A chi si rivolgeva il Montfort con questa sua pacata ma ferma reprimenda? Ad una costellazione di autori e di movimenti come le armate gianseniste o ad autori come Adamo Widenfelt 2 o ante litteram allo scontro titanico, avvenuto nel XVIII secolo tra Ludovico Antonio Muratori, portatore di un minimalismo mariano raggelante la pietà religiosa e sant’Alfonso Maria de’ Liguori, campione invincibile delle Glorie e prerogative della Regina e Signora nostra3.
Mi riservo in futuro di ritornare con più calma su questo passo fondamentale del Tractatus montfortiano, per metterne in evidenza in modo ancor più inequivocabile le implicazioni per la Chiesa e la vita cristiana di oggi.
Pertanto, stabilito tutto ciò, possiamo domandarci in cosa consista questa Vera Devozione a Gesù per Maria.  Il fine precipuo di questa santa Devozione è senza ombra di dubbio quello di stabilire perfettamente il Regno di Maria nelle nostre anime in modo tale da potervi insediare in maniera altrettanto perfetta il Regno di Nostro Signore Gesù Cristo. Si tratta- come già accennato4- di un metodo semplice, di una piccola e salutifera via di salvezza personale e collettiva5 che, sebbene sia rivolta ad anime semplici, ciò non la rende impraticabile pure dai dotti e dagli studiosi. Anzi, in virtù di tale semplicità che è tutt’una con una perfetta umiltà di cuore e di spirito, ci sentiamo  in dovere di dire che soprattutto, coloro i quali sono stati dotati da Nostro Signore di doni di scienza e intelligenza dovrebbero praticarla con zelo e fervore.
Perché non possiamo fare a meno di metterci al servizio di Maria quali suoi schiavi d’amore? Poiché Ella è nostra Madre e Maestra, Giuda e Ancora di salvezza nel procelloso mare di questo mondo. La nostra debolezza, i nostri notevoli , ripetuti e gravi peccati potrebbero portarci a disperare dell’aiuto di Dio, del soccorso di Cristo Re. Ma come può un Figlio sì benevolo rifiutare le suppliche di sì eccelsa Madre?
Gli Schiavi d’amore di Maria passano dall’onerosa schiavitù d’odio del peccato e del demonio a quella leggera e di grazia, di amore a Gesù per Maria. Tutti noi dobbiamo sentirci interpellati da questa chiamata all’amore pieno e alla libertà vera. Quanto tempo perso in peccati e bagatelle inutili del mondo corrotto e corrompitore! Quante promesse di conversione fatte e subito rinnegate! Quanta amarezza per essere stati non motivo di esempio santo per gli altri, ma di scandalo! Non arrendiamoci! Maria SS.ma è qui e per il tramite del suo servo devoto San Luigi da Montfort ci vuole suoi Schiavi d’amore. Qualunque sia il nostro stato sociale, spirituale, culturale, economico, Ella è per noi Arca dell’Alleanza, Stella del mare, Porta del Cielo, Corredentrice nostra. Abbiamo bisogno di Gesù, nostro Signore? Cerchiamolo tra le braccia di sua Madre. E lì lo troveremo e troveremo altresì il porto sicuro e la pace dell’anima. Dio Onnipotente ci benedica tutti e ci guidi in questo cammino stretto e impervio che, però, conduce alla luce sempiterna.

Francesco Baldini


Note:

[1] Suddetto minimalismo ha diverse matrici culturali e religiose, ma si può ricondurre da un lato al fenomeno della secolarizzazione religiosa, incentivato dall’accelerazione, data dalla società post-industriale e post-moderna, all’abbandono della dimensione rurale e ipso facto spirituale a vantaggio del  nuovo inurbamento degli “idioti globalizzati”; dall’altro alla penetrazione e temporanea occupazione della Chiesa cattolico-romana da parte dell’eresia neomodernista e dei suoi molteplici testimoni ed epigoni.
[2] Adamo Widenfelt compose un acido e ammorbante libercolo dichiama impostazione semiptrotestantica, atto a minimizza la grandezza di Maria SS.ma. Testo messo all’Indice nel 1672 e nel 1676, si diffuse in molti Paesi del Nord Europa e pure in Italia, contribuendo a creare un clima spirituale e religioso fortemente anti-mariano, ben alimentato poi dal 1655 dalla prima ondata giansenista
[3] Lo scontro Muratori vs S. Alfonso mi ha sempre appassionato. Pu essendo conscio della sterminata erudizione del Muratori, mi sono sempre schierato per formazione e sensibilità dottrinale e spirituale dalla parte del grande dottore della Chiesa e patroni dei teologi morali. Tra le opere del Muratori, atte a propagandare una pietà mariana deviata e decurtata, non possiamo dimenticare “della regolata devozione dei cristiani” che molto influenzerà il modernismo d’inizio Novecento e pure molte deviazioni contemporanee di un neomodernismo moderato, apparentemente ortodosso,  ma forse più pericoloso di quello evidente e radicale
[4]: Cfr:“La Santa Schiavitù d’Amore di Gesù in Maria. I Pars. Difficoltà del termine schiavitù” (https://nihilvolitur.blogspot.it/2018/04/la-santa-schiavitu-damore-di-gesu-in.html)
[5] La Santa Schiavitù d’amore del Montfort s’inscrive nel suo programma non solo di salvezza della singole anime, ma pure della società apostate e secolarizzate, è uno strumento fondamentale per instaurare la Regalità sociale di Cristo per Maria e per questo ha pure un’alta connotazione politico-sociale, oltre che etico-spirituale.


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mercoledì 16 maggio 2018

Emitte Spiritum tuum,et creabuntur


Istruzione sulla solennità di Pentecoste
I Parte.



La solennità della Pentecoste è tra le più grandi del Cristianesimo. Eppure ancora troppo poco sentita dai fedeli. Prepariamoci nel miglior modo possibile.



La Pentecoste degli Ebrei
La festa della Pentecoste, ossia giorno Cinquantesimo, era solennissima tra gli Ebrei e ciò per divina istituzione, registrata al capitolo XXII del Levitico, all’intento: 1 di ricordare la legge data loro da Dio sul monte Sinai cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto; 2 di festeggiare le primizie delle messi che in tale giorno si offrivano a Dio per ringraziarlo dell’ottenuta fertilità della terra. Insieme a due pani ottenuti da due decimi di fior di farina fermentata, e offerti in primizia del frumento sopra gli altari, si offrivano ancora sette agnelli d’un anno senza macchia, un vitello e due arieti che servivano per l’olocausto, un capro per il peccato, e due agnelli di un anno per ostie pacifiche. Questa era una di quelle tre solennità in cui tutti i maschi dovevano comparire  al cospetto del Signore. Si chiamava, anche, la Festa delle Settimane, perché celebra vasi una settimana di settimana, ossia sette settimane dopo Pasqua.
La Pentecoste dei Cristiani
Né meno solenne di quella che fosse presso gli Ebrei, è la Pentecoste fra i Cristiani, dacché essa ricorda: 1 Il compimento di tutte le promesse della discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli; 2 Il principio della Nuova Alleanza con la prima solenne promulgazione dell’Evangelo di Cristo, avvenuta dieci giorni dopo la sua gloriosa Ascensione; 3 La conversione di tutti i popoli della terra alla dottrina della salute.
Il fatto della Pentecoste
Le circostanze di questo avvenimento meritano di essere attentamente considerate, per formarsene un giusto concetto.
Erano già dieci giorni dopo l’Ascensione di Cristo che gli Apostoli, uniti ai Discepoli, alle pie donne e alla Beata Vergine Maria, si trovavano radunati nel Cenacolo, ove altro non facevano che pregare in aspettazione del promesso Paraclito; quando nel giorno di Pentecoste, che allora cadeva in domenica all’ora di terza, cioè alle nove di mattina, si sentì d’improvviso uno strepito come di vento gagliardo che scosse tutto il Cenacolo. E in quel mentre, venne dal cielo un globo di fuoco che, penetrato nella gran sala, si ripartì in tante fiammelle, aventi la forma di lingua, che andarono a fermarsi sulla testa di coloro che là si trovavano congregati. Investiti della pienezza dei doni dello Spirito Santo, gli Apostoli si trovarono cambiati in uomini affatto(=del tutto) nuovi, cambaiti cioè da ignoranti in dottissimi, da timidi in coraggiosissimi, da difettosi in perfettissimi. Conobbero tutti i misteri, parlarono tutte le lingue, confusero tutti i savi, sgomentarono i potenti, e fecero stordir tutto il mondo coi più stupendi prodigi.
I Simboli dello Spirito Santo.
Da questo fatto, risulta che lo Spirito Santo si manifestò con tre simboli opportunissimi a rappresentare la sua essenza e le sue operazioni: i simboli del Vento, del Fuoco e della Lingua.
Il Simbolo del Vento.
Il Vento è inesplicabile nella sua origine, invisibile nella sua essenza, improvviso nella sua comparsa, velocissimo nel suo corso, irresistibile nella sua forza, beneficentissimo nei suoi effetti, perciò opportunissimo a rappresentare il Divin Paraclito. Noi sappiamo che esso procede per via di spirazione e di amore dal Padre e dal Figliuolo divino; ma, come avvenga che, procedendo da entrambi, non sia a niun di loro inferiore, , ed essendo com’essi vero Dio, costituisca con loro una sola essenza, non si poteva in niun modo rendersi palese la sua presenza e la sua operazione.
Quando l’uomo men sel pensa, egli illumina la sua mente, accende il suo cuore, rinvigorisce i suoi sensi per tal maniera da farlo arrivare in un attimo alla cima della perfezione, correggendo le tendenze le più perverse, imbrigliando le passioni più indomite, superando gli ostacoli più insormontabili. Come l’aria è indispensabile alla vita del corpo, così l’aiuto dello Spirito Santo alla vita dell’anima; dacché, come diceva san Paolo, senza di Lui non possiamo nemmen chiamare Dio nostro Padre, non possiamo concepire un buon pensiero, tanto meno compiere un’opera che sia meritoria di fronte a Dio. Come il vento ora smorza ora accende, e mentre dissecca nel campo quanto avvi di umido, separa nell’aja dalla paglia il buon frumento, così lo Spirito Santo estingue in noi il fuoco della concupiscenza, e vi accende quello della carità; toglie all’anima nostra ogni affetto alla terra e ci insengna a separare il prezioso dal vile, il reale dall’apparente, il vero dal falso, e quindi a non cercar se non quello che veramente è degno di stima, cioè la Verità e la Grazia.
Il Simbolo del Fuoco

Il secondo simbolo sotto il quale lo Spirito Santo annunziò la sua presenza fu il Fuoco, di cui è, per così dire, proprietà esclusiva, l’illumina, l’accendere, il purificare in trasformare in se stesso tutto quello che investe, oltre il tendere sempre all’alto. Lo Spirito Santo, difatti, è come un fuoco luminoso, che illumina lo spirito e ne dissipa tutte le tenebre; un fuoco ardente che accende nell’anima la fiamma della carità, la purifica d’ogni sozzura, la rende tutta spirituale, tutta celeste per cui non tende mai ad altro che a sempre più avanzarsi nella virtù, e sempre meglio procurare la compiacenza di Dio. Oltre di che, parlando del fuoco, si può dire che ve ne sono di tre tipi: un fuoco che consuma; qual è il fuoco elementare; un fuoco che nutre, qual è il calore naturale; un fuoco che splende, ed è la luce. Ora, tutte queste proprietà si verificano nelle operazioni dello Spirito Santo, poiché Egli consuma in noi ogni vizio, nutre la vita spirituale dell’anima e rischiara con luce divina tutte le tenebre di nostra mente.
Il Simbolo delle Lingue.
Lo Spirito Santo discese sopra gli Apostoli in forma di altrettante infuocate lingue per indicare: 1 che il mondo doveva essere convertito alla fede per mezzo della loro predicazione; 2 che a meglio riuscire in questo intento, essi dovevano parlare tutte le lingue; 3 che lo Spirito Santo doveva essere il principio, cioè l’ispiratore di tutte le loro parole; 4 che, chi ha ricevuto lo Spirito santo, sa parlare un tal linguaggio da trionfare come il fuoco di tutti quanti gli ostacoli; 5 che agli uomini apostolici non basta un cuore infuocato di santo amore di Dio, ma è necessario altresì che abbiano zelo di diffondere negli altri cuori codesto fuoco medesimo per mezzo della parola, così in pubblico nei catechismi e nelle prediche, come in privato nelle istruzioni, correzioni, esortazioni, adattate ai bisogni individuali e alle speciali circostanze in cui avvien di parlare; 6 che il primo effetto esteriore dello Spirito Santo è quello di santificare la nostra lingua, perché non parli che in modo da riuscire in tempo medesimo di gloria a Dio e di edificazione agli uomini, dacché la lingua è l’indizio il più certo del sentimento del cuore, onde per mezzo di Sofonia profeta diceva il Signore che alla venuta del Messia avrebbe dato agli uomini il linguaggio della rettitudine la più perfetta. Tunc reddam populis labium electum. Il posarsi, poi, il sedere della lingue infuocate sul capo degli Apostoli, era ordinato ad indicare che i doni di cui venivano rivestiti non dovevano essere transitori, ma permanenti. E san Bernardo soggiunge che lo Spirito Santo sedette sui loro capi per indicare la Superiorità, la Tranquillità e la Gravità di chiunque ne viene investito. Primo in signum Superioritatis, secundo Tranqullitatis, tertio Gravitatis.
Effetti dello Spirito Santo sopra gli Apostoli
Il cambiamento operato negli apostoli dallo Spirito Santo fu tutt’insieme totale, istantaneo e perfetto: Totale, perché furono cambiati in uomini affatto (=del tutto) nuovi, pieni di scienza nella loro mente, pieni di grazia, di nobiltà, di coraggio nel loro contegno. E a queste doti si aggiunsero le grazie che si dicono gratis datæ, cioè il dono delle lingue, lo spirito di profezia, il potere dei miracoli; Istantaneo, perché sì mirabile cambiamento avvenne tutto ad un tratto, senza bisogno né di tempo, né di studio, né di meditazione; Perfetto, perché al momento seppero tutto quello che occorreva loro di sapere, e ciò che ricevettero in quel giorno, lo ricevettero nella sua perfezione lo ricevettero per sempre. Difatto, nel giorno stesso di Pentecoste uscirono in pubblico a predicare la divinità del Nazareno, e la predicarono con tanta forza, con tanta eloquenza che alla prima predica fatta da san Pietro, si convertirono tremila Giudei, e cinquemila alla seconda, e sì che i suoi uditori erano svariatissimi di nazione e di linguaggio, dacché erano Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, dell’Asia, della Frigia, della Panfilia, dell’Egitto, dei Cretesi, e Arabi e Libii e Romano e tutti stupivansi nel vedere che ciascuno intendeva gli apostoli come se parlassero il particolare linguaggio di ciascuno di loro. A questo primo prodigio, tenne poi dietro l’altro più grande, quello cioè della conversione di tutto il mondo all’Evangelica Fede.
Continua.


mercoledì 9 maggio 2018

Ascendit Deus in jubilatione, alleluja


Ascendit Deus in jubilatione, alleluja

“Tu, dux ad astra et semita,/Sis meta nostris cordibus,/Sis lacrima rum gaudium/Sis dulce vitæ præmium./Amen”
Istruzione sull’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo.

A formarsi una giusta idea della solennità dell’Ascensione che può dirsi il compimento dei misteri del Redentore, percui san Gregorio di Nissa la chiamava Episomene, che significa il giorno della salute, basterebbe solo riflettere.
1 Che esse, come dice sant’Agostino,  fu al pari della commemorazione della Passione e della festa di Pasqua e di Pentecoste, istituita dai medesimi Apostoli e da tutti i fedeli celebrata fin dai primordi del Cristianesimo. La sua vigilia non fu introdotta che circa nel sec. VII, ma senza obbligatorio digiuno, durante ancora il tempo pasquale, che è tempo tutto di giubilo e allegrezza. Però, la processione che si suol fare prima della Messa solenne di questo giorno, in memoria del viaggio che fecero gli Apostoli da Gerusalemme al Monte Oliveto in compagnia del divino Maestro, e quindi del loro ritorno dall’Oliveto al Cenacolo rimonta al sec. V, dacché san Gregorio di Tours la dice praticata dal sant’Avito, vescovo di Vienne i n Francia nel 402 e sant’Avito non fece che continuare ciò che usavasi prima di lui
2 Che essa fu costantemente celebrata nel preciso suo giorno, quale è il giovedì della terza settimana, giorno 40 dopo Pasqua, che anche nelle più ampie riduzioni delle feste, nessun Papa mai permise che venisse soppressa, per cui dura tuttora anche in Francia, ove, pel concordato conchiuso tra il Console Bonaparte e Pio VII, nell’anno 1801, fuori della domenica non si celebrano che quattro  feste, cioè il Natale, l’Ascensione, l’Assunzione e Ognissanti, e tutte le altre, compre vasi l’Epifania, il Corpus Domini, San Pietro, il proprio titolare, sono trasferite alla domenica successiva.
Però, per meglio conoscere tutto lo spirito, convien considerarne partitamente tutte le circostanze, le quali sono:
Il Tempo.
Se parte sol di tre giorni stette Gesù nel sepolcro perché di più non si richiedeva  a render certa la di lui morte, per 40 interi giorni volle dimorare sulla terra dopo essere da morto risorto al fin di rendere incontrastabile con ripetute apparizioni la realtà del lui risorgimento. Le apparizioni registrate nelle Scrittura furono non meno di dieci: la 1 a S. Maria Maddalena; la 2 alle pie donne; la 3 a san Pietro; la 4 ai discepoli avviati ad Emmaus; la 5 agli Apostoli nel cenacolo; la 6 agli stessi apostoli con san Tommaso assieme a loro; la 7 a san Pietro, san Tommaso e altri cinque discepoli mentre pescavano nel lago di Tiberiade; l’8 agli 11 apostoli e a circa 500 fratelli uniti insieme nei monti di Galilea; la 9 a san Giacomo, per testimonianza a san Paolo; la 10 agli apostoli, ai discepoli, alle pie donne in Gerusalemme, donde Gesù il trasse in Betania e poi nel monte Uliveto, per renderli spettatori della sua Ascensione. Nei 40 giorni passati in terra dopo la sua Risurrezione, Gesù istruì gli apostoli sulla maniera di ben governare il regno di Dio, cioè la sua Chiesa, perciò diede loro quella podestà che egli stesso aveva ricevuto dal Padre, incaricando, però, san Pietro in particolare dell’ufficio di pascere non solo gli agnelli, ma anche le pecore del suo gregge; cioè di ammaestrare, di reggere, di governare, con autorità piena, indipendente, non solo i semplici fedeli, ma ancora  gli stessi pastori in qualsivoglia parte del mondo.  Comandò pur loro di predicare dappertutto il suo Vangelo, di battezzare chi in lui avesse creduto, e promise loro il dono dei miracoli per bene riuscire nella loro impresa. Finalmente li assicurò che egli non si sarebbe mai staccato da loro fino alla consumazione dei secoli, e inculcò loro la fedele osservanza di tutto quello che aveva loro ordinato, per cui s’intende non solo quanto è scritto nella Bibbia, come vorrebbero i protestanti, ma ancora tutto quello che, sebbene non registrato nei Sacri Libri, fu da Gesù Cristo insegnato agli Apostoli e dagli Apostoli insegnato alla Chiesa come rivelato da Dio, il che, con una sola parola, si chiama, Tradizioni, indicata da san Giovanni con quelle parole con cui termina il suo Vangelo: “Gesù Cristo insegnò molte altre cose che non sono state scritte nei Libri santi, perché se si avesse avuto da scrivere tutto quello che egli ha detto, si sarebbero fatti tanti volumi da riempire tutto il mondo”. Al che si deve aggiungere anche tutto quello che la Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, crede per imporre ai fedeli per meglio assicurare la lor salute eterna. Dacché la Chiesa, e per lei il suo Capo, ossia il Romano Pontefice, è nientemeno che il Tribunale di Dio  permanente sopra la terra, e sempre infallibile nelle sue decisioni; la qual verità è niente meno che un dogma di fede, solennemente definito nel 18 luglio 1870 dal Concilio Vaticano [I], adunato e presieduto dall’immortale Pontefice Pio IX.
Il luogo.
Apparso Gesù Cristo, l’ultima volta agli Apostoli che si trovavano coi discepoli insieme congregati, dopo le istruzioni menzionate di sopra, li condusse seco in Betania, catello situato alle falde situato alle falde dell’Oliveto; e, seguitando il cammino, li trasse fino alla cima del Monte, da cui, a vista di tutti, ascese al Cielo. A tale proposito giova riflettere: 1 che l’Ascensione comincia da Betania che vuol dire obbedienza, perché essa è la virtù più indispensabile per arrivare a salute; 2 che l’Ascensione succede nel monte degli Olivi alle cui falde si trovava il Getsemani, ove Cristo avea incominciato al sua Passione per insegnarci che, solo per la via dei patimenti, si va alla Gloria, e si giunge a possedere anche in terra quella vera pace che è simboleggiata nell’Olivo.
Il Modo
Giunto Cristo sulla cima del Monte, si elevò alquanto da terra, benedisse con le mani alzate tutti gli astanti e san Tommaso. Il Suarez e il Cornelio a Lapide sono di parere che con le mani alzate abbia fatto come ora fanno i vescovi e i sacerdoti, il segno della croce. Ed è qui che comunemente si crede aver appreso la Chiesa a benedire i fedeli col fare sopra di loro il segno della Croce, onde ricordar loro che da essa ci è derivata dal benedizione del Cielo e solo per essa la si può meritare. Indi, a vista di tutti si alzò, non tutto ad un tratto, ma poco a poco per essere ben osservato. Il suo alzarsi nell’aria fu per virtù propria come Vero Dio, e per virtù partecipata al suo corpo come rivestito di tutte le doti dell’umanità glorificata. Alcuni cedettero che dopo risorto non avesse altra veste fuori della luce che il circondava come corpo glorioso, ma la comune opinione ritiene che egli siasi sempre mostrato vestito dei suoi abiti consueti. Di poi, si dice che dopo la risurrezione, saremo rapiti nell’aria, per indicare che, se voleremo come Cristo, ciò avverrà per virtù non propria della nostra natura, ma comunicataci da Dio nel glorificarci. Giunto Cristo a certa altezza,  una nube lo tolse alla vista dei riguardanti, e ciò è significato dalla Chiesa con lo spegnere che fa al vangelo della Messa dell’Ascensione alle parole assumptus est, il Cereo pasquale, che rappresenta Gesù Cristo glorioso dopo la sua risurrezione. Tale cerimonia fu comandata dal papa san Pio V nel 1570. Questa nube, al dire degli interpreti, era un esercito di angeli che venivan a far corteggio al Divino Trionfatore. La nuvola che toglie la nostra unione con Dio non è che il peccato. Siamo dunque solleciti di presto dissiparla col pentimento. E quando Iddio con la nuvola delle aridità ci toglie le sensibili consolazioni, soffriamo con pazienza codesta prova, e ne saremo largamente ricompensati. Mentre gli Apostoli continuavano a guardare, due angeli di bianco vestiti, comparvero loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché continuate voi a guardare in alto? Quel Gesù che vedeste elevarsi al Cielo, siede già alla destra di Dio e con la stessa gloria con cui ascese, tornerà qui alla fine del mondo a giudicare tutti gli uomini. Quindi gli apostoli, pieni di giubilo,  si ritirarono in Gerusalemme, e si  dedicarono alla preghiera, in aspettazione del promesso Paraclito. Con ciò s’insegna: 1 che, se lo stare in estasi come gli Apostoli, è bella cosa, bisogna rinunziarvi, quando lo vuole il Signore; 2 che ai misteri di giubilo conviene unire  quei di terrore, perocché , se Dio ci è Padre, ci è anche Giudice, e guai a chi non  lo teme! 3 che abbiamo di che confonderci nel pensare che per gli Apostoli ci vollero gli angeli onde farli desistere dal guardare in Cielo; per noi, invece, ci vogliono minacce e castighi per farci cessare dal guardare con colpevole amore la terra.
Il Motivo
Gesù Cristo ascese al Cielo: 1 perché come mandato dal Padre ad operar la salute degli uomini, finita la missione, doveva far ritorno a chi lo aveva inviato; 2 perché la terra non è soggiorno dicevole ad un corpo glorificato; 3 perché le porte del cielo non potevano essere aperte agli uomini se non da colui che aveva trionfato del peccato da cui furono chiuse, al che alludeva Cristo medesimo, quando diceva: “Io vado a preparare il luogo per voi”; 4 perché solo con il suo allontanamento dalla terra, gli apostoli dovevano deporre quell’affetto troppo umano che serviva d’impedimento alla venuta dello Spirito Santo, cui secondo le proprie promesse egli dovea mandar loro per cambiarli in uomini nuovi; 5 perché dopo essere stato quaggiù nostro redentore, volea esser presso il suo Padre nostro Avvocato e nostro mediatore; 6 perché, in virtù della pienezza della beatitudine, di cui Gesù Cristo è già al possesso, noi, come sue membra,  non lascian niente intentato per unirci in perpetuo a lui, che è nostro capo, e così si avverino a nostro gran pro quella consolanti promesse: “ Dove si troverà il Corpo, ivi si raduneranno le aquile”.
Gli spettatori.
All’Ascensione furono presenti, non solo gli apostoli, Maria Vergine, le Pie Donne, ma ancora molti altri discepoli, cosicché in tutto, secondo l’opinione più comune, non erano meno di 120. E ciò fu ordinato per insegnarci: 1 Che il fatto dell’Ascensione non può essere più certo di quello che è, essendo esso avvenuto in pieno giorno, in luogo pubblico e alla presenza di così numerosi e irrecusabili testimoni; 2 che chiunque prende parte ai patimenti ci Cristo, è fatto anche in terra partecipe delle sue consolazioni e della sua gloria.
La Compagnia.
Gesù Cristo, ascendendo al cielo, condusse seco le anime di tutti i giusti che egli aveva liberate dal Limbo, quindi le anime, alcuni credono  anche i corpi, di quei giusti che al momento della sua morte risuscitarono e si fecero da molti vedere in Gerusalemme. Questo è indicato da san Paolo in quelle parole: “Gesù Cristo, ascendendo al Cielo, trasse seco schiava la schiavitù- captitvam duxit captivitatem-. Né è improbabile che in sua compagnia traesse pure le anime che allora trovavansi in Purgatorio, sciglioendole, per suo maggior trionfo, da ogni debito che loro ancor restava. Nessuno, poi, dubita che gli Angeli scendessero allora a migliaia per far corteggio al loro Re, trionfatore del Demonio, del Peccato, della Morte.
I Miracoli
I miracoli che testificarono l’Ascensione sono due:
1 Le vestigia dei piedi di Gesù Cristo, impresse nella pietra, da cui si elevò per salire al Cielo, e che si conservarono marcatissime, malgrado il raschiarle che fecero i pellegrini per portarne seco qualche memoria e l’andarvi sopra che fecero i pedoni, i cavalli ed i carri, quando nell’anno 70 l’armata di Tito che assediava Gerusalemme stette gran tempo accampata sull’Oliveto. Quando s. Elena circa nel 320 fabbricò una chiesa nel luogo dov’era avvenuta l’Ascensione, nel farvi il pavimento non si poté mai ricoprire coi già preparati marmi, il luogo ove stanno queste vestigia, come nella cupola della stessa chiesa non si poté mai chiudere quello spazio aereo, per cui era passato Gesù Cristo, salendo al Cielo.
2 Il vento che soffiava improvvisamente nella stessa Basiliaca, appena celebrata la Messa dell’Ascensione nel preciso suo giorno, al qual vento si univa un improvviso splendore che rendeva luminosissima tutta la montagna, secondo l’asserzione del Baronio all’anno 58, nonché del Menochio, del Serry ed altri molti ancora.  Questo secondo miracolo cessò del tutto, quando i saraceni, impadronitisi della Palestina,  distrussero la chiesa dell’Ascensione. E ciò per insegnare a tutto il mondo che Dio ritira le sue grazie da chi volontariamente sconosce e perseguita la sua fede.
Oremus
A Nostro Signore Gesù Cristo nella sua Ascensione.

Andate pure, mio caro Gesù; lasciate questa terra ingrata, dove avete ricevuto sì mali trattamenti. Un corpo immortale come il vostro, non deve stare in luogo di sofferenze e afflizioni. Il corpo più puro deve sollevarsi al di sopra di tutte le creature. Poicheé vi siete abbassato fino all’Inferno, conviene che siate esaltato fino al più alto luogo del cielo. Andate, o grande Conquistatore, salite al Cielo, guadagnatovi con le vostre virtù; prendete possesso di quel regno che vi siete meritato per tanti titoli. Conducete con voi quei felicissimi prigionieri, che traeste dal loro carcere, per rendere più glorioso il vostro trionfo. Non vi fermate finché non siate giunto alla più alta parte del cielo. Andate a sedere sul trono di Dio, Vostro Padre. E’ giusto che dopo aver tanto travagliato, finalmente prendiate riposo, che siate coronato di gloria, dopo essere stato satollato d’ignominie e di obbrobrii. Andate, o Arca del Signore, a posarvi sui mistici monti, ove più non possono molestarvi le terrene tempeste. Voi avete spezzato le porte dell’Inferno: è giusto che si aprano avanti a Voi quelle del cielo. Andate, entratevi per primo, e fate che restino aperte anche per noi. Mostrate al Vostro Divin Padre quelle santissime piaghe, che sono bocche sempre aperte per parlare in nostro favore. E mandateci, secondo le vostre promesse, il Divino Paraclito, che ci istruisca, ci consoli, ci difenda, e ci renda degni di quei seggi di gloria, che voi andaste a preparaci con la vostra Ascensione. Amen.

A Nostro Signore Gesù Cristo asceso al Cielo
O Gesù, dappoiché Voi siete in Cielo, io non trovo più consolazione sulla terra, non desidero altro che essere sciolto dai lacci del corpo per godere della vostra presenza e partecipare alla gloria del vostro regno. Quando mai uscirò io da questo esilio, nel quale da tanto tempo laguisco? Quando mai giungerò a quella patria a cui di continuo sospiro? O Gesù, speranza delle anime abbandonate e consolazione degli afflitti, voi avete promesso di trarre tutti a voi, esaltato che sareste da terra. Ora siete nella più alta parte del Cielo: adempite dunque le nostre promesse, traetemi presto da questo mondo e distaccatemi da qualunque mondano affetto. Traetemi con forza, perché sono molto attaccato alla terra; traetemi prestamente, perché sono stanco di vivere da Voi lontano! O mia cara vita, fate che io muoia almeno a me stesso, affinché in avvenire non viva che per voi. Amen.




martedì 1 maggio 2018

Santo ritrovamento


Non solo il 14 settembre. Nel calendario di rito antico si contempla la festa dell’Inventione (=ritrovamento) della santa Croce (3 maggio). Prima di cedere le parole a dom Guéranger, vorrei condividere un salutifera orazione a S. Elena Imperatrice che solitamente uso come novena preparatoria alla festa del 3 maggio. Buona preghiera e buona lettura.

Orazione a S. Elena Imperatrice per l’inventione della Santa Croce
(Si può utilizzare pure come novena preparatoria alla festa)

Per la premura che Voi aveste di trarre dalle rovine in cui stava nascosta la santa Croce di N.S. Gesù Cristo e per lo strepitoso miracolo dell’immediato e perfetto risanamento di un moribondo con cui il Cielo benedisse i vostri desideri,  perché si distinguesse da tutti gli altri il legno della comune redenzione, impetrateci, o incomparabile sant’Elena imperatrice,  di non gloriarci mai altro che della Croce di N. S. Gesù Cristo, e di portare con santa rassegnazione la mistica croce dei patimenti.
Tre Glori Patri



3  MAGGIO
INVENZIONE  DELLA  SANTA  CROCE


Il trionfo della Croce.
Era conveniente che il nostro Re divino si mostrasse ai nostri sguardi appoggiato allo scettro della sua potenza, affinché nulla mancasse alla maestà del suo impero. Questo scettro è la Croce, ed apparteneva al Tempo pasquale di presentargliene l'omaggio. Una volta la Croce veniva presentata a noi quale oggetto di umiliazione per l'Emmanuele, come il letto di dolore sul quale spirò; ma poi egli non vinse la morte? e cosa è divenuta questa Croce, se non il trofeo della sua vittoria? Che essa, dunque, venga mostrata e si pieghi ogni ginocchio davanti all'augusto legno, per mezzo del quale
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Gesù conquistò l'onore che noi oggi gli rendiamo. Il giorno di Natale cantavamo con Isaia: "Ci è nato un pargolo e ci fu largito un figlio: ha sopra i suoi omeri il principato" [1]. Poi l'abbiamo visto che portava sulle spalle questa Croce, come Isacco portò la legna per il suo sacrificio; ma oggi, per lui, non è più un peso. Essa brilla di uno splendore che rapisce lo sguardo degli Angeli; e dopo che sarà stata adorata dagli uomini finché durerà questo mondo, apparirà d'un tratto sulle nubi del cielo per assistere, presso il giudice dei vivi e dei morti, alla sentenza favorevole di coloro che l'avranno amata, alla condanna di quelli che l'avranno resa inutile per essi, a causa del loro stesso disprezzo e del loro oblio.
Durante i quaranta giorni che passò ancora sulla terra, Gesù non giudicò conveniente di glorificare l'istrumento della sua vittoria. La Croce non dovrà apparire che nel giorno in cui, pure essendo rimasta invisibile, avrà conquistato il mondo a colui del quale ripete le meraviglie. Egli riposò tre giorni nella tomba: quella rimarrà seppellita durante tre secoli nella polvere. Ma risusciterà anch'essa; ed è questa ammirabile Risurrezione che oggi celebra la Chiesa. Una volta compiutosi il tempo, Gesù ha voluto accrescere le gioie pasquali, rivelando questo monumento del suo amore per noi. Lo lascerà tra le nostre mani, per nostra consolazione, fino all'ultimo giorno; non è dunque giusto che noi gliene rendiamo omaggio?

La Croce sepolta e perduta.
L'orgoglio di Satana non aveva mai subito una disfatta così pungente quanto quella che piombò su lui quando vide lo stesso legno, che era stato l'istrumento della nostra perdizione, divenire quello della nostra salvezza. La sua rabbia impotente si rivolse contro quell'albero salvatore che gli ricordava così crudelmente e la potenza irresistibile del suo vincitore, e la dignità dell'uomo riscattato ad un tale prezzo. Egli avrebbe voluto annientare quella Croce che paventava; ma, sentendo la sua impotenza a realizzare un simile colpevole proposito, tentò almeno di profanare e di nascondere un oggetto per lui così odioso. Spinse quindi gli Ebrei a nascondere vergognosamente quel sacro legno, venerato dal mondo intero. Ai piedi del Calvario, non lontano dal Sepolcro, si apriva una voragine profonda. Fu là dentro che gli uomini della Sinagoga fecero precipitare la Croce del Salvatore, insieme con quelle dei due ladroni.
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I chiodi, la corona di spine, l'iscrizione, staccata dal legno, andarono a raggiungerla in quel baratro che i nemici di Gesù fecero riempire di terra e di detriti. Ed il Sinedrio credette che fosse così scomparso completamente il ricordo di quel Nazareno che si lasciò crocifiggere senza discendere dalla Croce.
Quarant'anni dopo, Gerusalemme soccombeva sotto il peso della vendetta divina. Ben presto i luoghi della nostra redenzione furono macchiati dalla superstizione pagana; un piccolo tempio a Venere sul Calvario, un altro a Giove sopra il Santo Sepolcro: tali furono le indicazioni per mezzo delle quali, senza volerlo, la derisione pagana conservò il ricordo dei fatti meravigliosi che si erano compiuti su quel sacro suolo. Appena avvenuta la pace di Costantino, i cristiani non ebbero che da rovesciare quei vergognosi monumenti: la terra bagnata dal sangue del Redentore riapparve ai loro occhi, e la gloriosa tomba venne riaperta alla devozione. Ma la Croce non si rivelò ancora, e continuò a riposare nelle viscere della terra.

Il ritrovamento della Croce.
La Chiesa non rientrò in possesso dell'istrurnento della salvezza degli uomini, che qualche anno dopo il 337, data della morte dell'imperatore Costantino, generoso restauratore degli edifici del Calvario e del Santo Sepolcro [2]. L'Oriente e l'Occidente trasalirono alla notizia di questa scoperta, che, condotta dal cielo, veniva a mettere l'ultimo suggello al trionfo del cristianesimo. Cristo confermava la sua vittoria sul mondo pagano, innalzando così il suo trofeo, non più come figura ma nella realtà: era il legno miracoloso, una volta di scandalo agli Ebrei, follia agli occhi dei pagani, ma di fronte al quale, d'ora in avanti, ogni cristiano avrebbe piegato il ginocchio.
Nel IV secolo il sacro albero fu venerato in quella basilica che riunì nel suo vasto recinto il glorioso Sepolcro e la collina della crocifissione. Un altro santuario fu innalzato nel luogo ove riposò la Croce durante tre secoli; una scala formata da numerosi gradini, conduce i pellegrini sino al fondo di questo misterioso asilo. Allora cominciò un succedersi di innumerevoli viaggiatori, venuti dalle quattro parti del mondo, per onorare i luoghi nei quali si attuò la redenzione dell'uomo, e per rendere omaggio a quel legno di liberazione. Ma i disegni misericordiosi del cielo non permisero che
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quel prezioso pegno di amore del Figlio di Dio verso la nostra misera umanità fosse riservato ad un solo santuario, per quanto sacro esso fosse. Una parte considerevole di esso fu destinato a Roma: riposerà nella basilica innalzata nei giardini di Sessorio, e il popolo romano chiamerà, d'ora in poi questo santuario col nome di basilica di Santa Croce in Gerusalemme.

Le reliquie.
Ma nel corso del tempo, la santa Croce onorò con la sua presenza molti altri luoghi della terra. Già nel IV secolo San Cirillo di Gerusalemme attestava che i pellegrini che ottenevano per loro qualche piccolo frammento, avevano esteso a tutto il mondo questo divino beneficio [3]. Nel VI secolo santa Redegonda sollecitò ed ottenne dall'imperatore Giustino II il frammento di proporzioni considerevoli che possiede il tesoro imperiale di Costantinopoli. La Gallia non poteva entrare in maniera più nobile a pertecipare al privilegio di avere una reliquia dell'istrumento della nostra salvezza, che per mezzo delle mani della sua virtuosa regina; e Venanzio Fortunato compose, per l'arrivo di detta augusta reliquia, quell'inno ammirabile che la Chiesa canterà sino alla fine dei secoli, ogni qual volta vorrà esaltare gli splendori della santa Croce.
Gerusalemme, dopo l'alternativa della perdita e del ritrovamento, finì di perdere per sempre quell'oggetto divino che formava la sua gloria principale. Costantinopoli ne fu ancora l'erede; e questa città divenne la sorgente di ripetute prodigalità, che specialmente all'epoca delle crociate, servirono ad arricchire la Chiesa d'Occidente. Si fondò una specie di nuovi centri di devozione verso la Santa Croce, nei luoghi dove si conservavano gli insigni frammenti; da ogni dove si desiderava una particella del legno salutare. Il ferro ne divide le parti più considerevoli, ed a poco a poco le nostre regioni se ne trovano riempite. La vera Croce è ormai da per tutto, e non v'è cristiano che, nella sua vita, non abbia avuto possibilità di venerarne qualche frammento. Ma chi potrebbe contare gli atti d'amore e di riconoscenza che la vista di un oggetto così commovente genera nei cuori? e chi non riconoscerebbe in questa successiva profusione uno stratagemma della bontà divina per ravvivare in noi il sentimento della redenzione sul quale riposano le nostre speranze eterne?
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Che sia dunque amato questo giorno in cui la Chiesa unisce il ritorno trionfale della santa Croce alle gioie della Risurrezione di colui che conquistò, con quel mezzo, il trono su cui noi lo vedremo presto ascendere.
Offriamo atti di riconoscenza per l'insigne beneficio che, con l'aiuto dei prodigi, restituì agli uomini un tesoro, il cui possesso sarebbe mancato al patrimonio della Santa Chiesa. Aspettando il giorno in cui il Figlio dell'uomo dovrà innalzarla sopra le nubi del cielo, la sua Sposa la conserva, perchè lui stesso gliel'ha affidata, quale pegno di questo secondo avvento. In quel giorno egli ne raccoglierà, con la sua potenza, i frammenti sparsi sulla terra, e l'albero della vita si mostrerà in tutta la sua bellezza allo sguardo degli eletti e sotto la sua ombra l'inviterà al riposo eterno [4].

Lode alla Croce.
"Cristo crocifisso è potenza e sapienza di Dio" (I Cor. 1, 23). È la celebre parola del tuo Apostolo, o Gesù, e noi oggi ne costatiamo la verità. La Sinagoga volle annientare la tua gloria inchiodandoti su di un patibolo e si dilettava nel pensiero che è scritto nella legge di Mosè: "Un appeso è un oggetto di maledizione divina" (Deut. 21, 23). Ed ecco che questo patibolo, questo legno infame è divenuto il tuo più insigne trofeo. Negli splendori della tua Risurrezione, la Croce, ben lungi dal gettare un'ombra sulla luminosità della tua gloria, fa risaltare di nuovo splendore la magnificenza del tuo trionfo. Tu fosti inchiodato ad un legno, hai preso su di te la maledizione; crocifisso tra due scellerati, sei passato per un vile impostore, ed i tuoi nemici ti hanno insultato nella tua agonia su quel letto di dolore. Se non fossi stato che un uomo, non sarebbe rimasto di te che un ricordo disonorato; la Croce avrebbe divorato per sempre la tua gloria passata, o Figlio di Davide! Ma tu sei il Figlio di Dio, ed è la Croce che ce ne dà la prova. Tutto il mondo si prostra di fronte ad essa e l'adora; è lei che te l'ha conquistato, e gli omaggi che riceve vendicano abbondantemente la tua gloria dell'eclissi passeggera che il tuo amore per noi le impose un giorno.
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Non si adora un patibolo; o, se si adora, è il patibolo di un Dio. Benedetto sia colui che è stato sospeso a quel legno! In cambio degli omaggi che ti rendiamo, o divin Crocifisso, mantieni in nostro favore la promessa che ci facesti: "Ed io quando sarò levato in alto da terra, tutti attirerò a me" (Gv. 12, 32).

Le reliquie.
Per attirarci con maggiore efficacia, deponi oggi tra le nostre mani il legno stesso, dall'alto del quale ci tendesti le braccia. Questo monumento della tua vittoria, sul quale ti reggerai nell'ultimo giorno, degnati di affidarcelo sino alla fine dei secoli, affinché noi attingiamo in esso un salutare timore della divina giustizia che ti ha inchiodato a quel legno vendicatore dei nostri delitti, e un amore sempre più tenero verso di te, nostra vittima, che non hai indietreggiato di fronte alla maledizione, affinché noi fossimo benedetti. Tutta la terra oggi ti ringrazia per il dono inestimabile che le hai concesso. La tua Croce, divisa in innumerevoli frammenti, è presente in moltissimi luoghi. Ora in tutto il mondo cristiano non vi è una regione che essa non renda sacra e non protegga.

La Croce ed il Sepolcro.
Il Sepolcro ci grida: Egli "è risuscitato, non è più qui"; la Croce ci dice: "Non l'ho trattenuto che per un momento, e poi si è slanciato nella sua gloria". O Croce! O Sepolcro! quanto breve è stata la sua umiliazione; mentre ci è assicurato il regno da Lui conquistato per tuo mezzo! Noi adoriamo in te le vestigia del suo passaggio, e tu rimani sacra per sempre, pcrché si è servito di te per la nostra salvezza. Gloria dunque sia a te, o Croce, oggetto del nostro amore e della nostra ammirazione in questo giorno! Continua a proteggere il mondo che ti possiede; siigli scudo per difenderlo contro il nemico, soccorso sempre presente che conserva il ricordo del sacrificio unito a quello del trionfo; poiché è per mezzo tuo, o Croce, che Cristo ha vinto, regna e impera. CHRISTUS VINCIT, CHRISTUS REGNAT, CHRISTUS IMPERAT.
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[1] Introito della Messa del giorno.
[2] Questi santuari erano stati consacrati il 13 settembre 335.
[3] Catechesi, IV, X, XIII.
[4] Ogni anno, il 14 settembre, aveva luogo a Gerusalemme la cerimonia dell'Esaltazione, od ostensione, della Croce. Quest'uso passò poi a Costantinopoli e più tardi a Roma (cfr. Anno Liturgico 14 settembre). Nella Gallia e nella Spagna si festeggiava la Santa Croce il 3 maggio, data che fu in seguito adottata dalla Liturgia romana, ciò che spiega perché abbiamo due feste della Croce. Noi non conosciamo infatti il giorno esatto dell'Invenzione, cfr. Vincent et Abel, Jérusalem Nouvelle, t. II, Parigi 1914, p. 201 ss.).

da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 599-604.
                                                                http://www.unavoce-ve.it/pg-3mag.htm

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Guardando l’8 maggio.


Gli ultimi giorni di aprile sono ogni anno spiritualmente ricchissimi. Si parte con il 25 aprile e il miracolo di Genazzano, poi il 26 con la festa, ancora poco celebrata dal popolo cristiano della Mater Boni Consilii. Il 27 di ogni mese alle 18 ci ritroviamo per l’Ora di Maria della Medaglia Miracolosa.
Il 28, poi, è la festa di san Luigi Maria Grignon de Montfort e ci sono le consacrazioni – o rinnovazioni- a N. S. Gesù Cristo, Sapeinza Incarnata, per le mani di Maria SS.ma, secondo lo spirito della Santa Schiavitù in Gesù per Maria, piissima devozioni che il Montfort ha fatto conoscere a Santa Romana Chiesa.
Giorni meravigliosamente fecondi di preghiera, penitenza, gioia spirituale,
E poi arriva il 29 aprile. Nell’antico calendario si celebra la festa di san Pietro martire, inquisitore1; nel novus quella di santa Caterina da Siena. Ma il 29 comincia la Novena alla Virgo Pompeina. Per chi, come noi, ha recitato i Quindi Sabati di Pompei è suggello di una spiritualità mariano-domenicana, secondo la lezione altissima del Beato Bartolo Longo. Inseriamo di seguito il testo longhiano della Novena, sperando di fare cosa gradita a molti.
Christus regnet per Mariam!




X In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.
Novena alla Vergine del Rosario di Pompei
Per impetrare le grazie nei casi più disperati.

O Santa Caterina da Siena, mia Protettrice e Maestra, voi che assistete dal Cielo i vostri devoti, allorché recitano il Santo Rosario della Beata e sempre Vergine Maria, assistetemi in questo momento e degnatevi di recitare insieme con me la Novena alla regina del Rosario che ha posto il trono delle sue grazie nella Valle di Pompei, acciocché per vostra intercessione io ottenga la desiderata grazia. Amen.
Deus, in adiutòrium meum intende.
Domine, ad adiuvandum me festina.
I)                     O Vergine Immacolata e Regina del santo Rosario, voi, che in questi tempi di morta fede e di empietà trionfante, avete voluto piantare il vostro seggio di Regina e di Madre nell’antica Valle di Pompei, soggiorno di morti pagani. E da quel luogo, dov’erano adorati gl’idoli e i demoni, Voi oggi, come madre della divina grazia, spargete dappertutto i tesori delle celesti misericordie. Deh! Da quel trono ove regnate pietosa, rivolgete, o Maria, anche sopra di me gli occhi vostri benigni, ed abbiate pietà di me che ho tanto bisogno del vostro soccorso. Mostratevi anche a me, vera Madre di misericordi: Monstra te esse Matrem; mentre io con tutto il cuore vi saluto e vi invoco mia Sovrana e Regina del santissimo Rosario.
Salve Regina
II)                  Prostrata ai piedi del vostro trono, o grande e gloriosa Signora, l’anima mia vi venera tra gemiti e affanni, ond’è oppressa oltre ogni misura. In queste angustie e agitazioni in cui mi trovo, io alzo confidente gli occhi a Voi,  che vi siete degnata di eleggere per vostra dimora le campagna di poveri ed abbandonati contadini. E là, rimpetto alla città e all’anfiteatro dai gentileschi piaceri, ove regna silenzio e ruina, Voi, come Regina delle Vittorie, levaste la vostra voce potente per chiamare da ogni parte d’Italia e del mondo cattolico i devoti vostri figli ad erigervi un Tempio.  Deh! Vi muova alfine a pietà di quest’anima avvilita nel fango. Miserere di me, o Signora, miserere di me che sono oltremodo ripieno di miserie e di umiliazione. Voi, che siete l’Aiuto dei Cristiani, traetemi da queste tribolazioni in cui verso miserevolmente. Voi, che siete la Vita Nostra, trionfate della morte che minaccia l’anima mia in questi pericoli in cui trovasi esposta; ridonatemi la pace, la tranquillità, l’amore, la salute. Amen.
Salve Regina
III)                Ah! Il sentire che tanti sono stati da voi beneficati, solo perché sono ricorsi a Voi con fede, m’infonde novella lena e coraggio d’invocarvi a mio soccorso. Voi già prometteste a san Domenico che chi vuol grazie col vostro Rosario le ottiene; ed io, col vostro Rosario in mano,  vi chiamo, O Madre, all’osservanza delle vostre divine promesse. Anzi Voi stessa a dì nostri operate continui prodigi per chiamare i vostri figli a onorarvi nel Tempio di Pompei. Voi, dunque, volete tergere le nostre lacrime, volete lenire i nostri affanni! Ed io, col cuore sulle labbra, con viva fede vi chiamo e v’invoco: Madre mia!...Madre cara!...Madre bella!...Madre dolcissima aiutatemi! Madre e Regina del Santo Rosario di Pompei, non più tardate a stendermi la mano vostra potente per salvarmi: ché il ritardo, come vedete, mi porterebbe alla rovina. Amen.
Salve Regina
IV)               E a chi altri mai ho io a ricorrere se non a Voi, che siete il Sollievo dei miserabili, il Conforto degli abbandonati, la Consolazione degli afflitti? Oh, io vel confesso, l’anima mia è miserabile, gravata da enormi colpe, merita di ardere nell’inferno, indegna di ricevere grazie! Ma non siete Voi la Speranza di chi dispera, la Grande Mediatrice tra l’uomo e Dio, la potente nostra Avvocata presso il Trono dell’Altissimo, il Rifugio dei peccatori? Deh! Solo che Voi diciate una parola in mio favore al vostro Figliuolo, ed Egli vi esaudirà. Chiedetegli, dunque, o Madre, questa grazia di cui tanto io ho bisogno (Si domandi la grazia che si vuole). Voi sola potete ottenermela, Voi che siete l’unica speranza mia, la mia consolazione, la mia dolcezza, tutta la mia vita. Così spero, così sia. Amen.
Salve Regina
V)                 O Vergine e Regina del santo Rosario, Voi che siete la figlia del Padre, la Madre del Figliuol divino, la Sposa dello Spirito Settiforme; Voi che tutto potete presso la Santissima Trinità, dovete impetrarmi questa grazia cotanto a me necessaria, purché non sia d’ostacolo alla mia salvezza eterna (Si esponga la grazia che si desidera). Ve la domando per la Vostra Immacolta Concezione, per la Vostra divina Maternità, per i vostri gaudi, per i vostri dolori, per i vostri trionfi. Ve la domando pel Cuore del vostro amoroso Gesù, per quei nove mesi che lo portaste nel seno, per gli stenti della sua vita, per l’acerba sua Passione, per la sua morte di Croce, pel Nome suo santissimo, pel suo Preziosissimo Sangue. Ve la domando, infine, pel Cuore vostro dolcissimo, nel nome vostro glorioso, o Maria, che siete Stella del mare, Signora potente, Mare di dolore, Porta del Paradiso e Madre di ogni grazia. In Voi confido, da Voi tutto spero, Voi mi avete da salvare. Amen.
Salve Regina
Dignare me laudare te, Virgo sacrata
Da mihi virtutem contra hostes tuos
Ora pro nobis, Regina Sacratissimi Rosarii
Ut digni efficiamur promissionibus Christi
Oremus
Deus, cuius Unigenitus per vitam, mortem et resurrectionem suam nobis salutis æternæ præmia comparavit; concede; quæsumus, ut hæc mysteria sacratissimo Beatæ Mariæ Virginis Rosario recolentes, et imitemur quod continent, et quod promittunt assequamur. Per eundem Christum Dominum Nostrum. Amen.

Orazione a S. Domenico e S. Caterina da Siena per ottenere le grazie dalla SS. Vergine del Rosario.
O santo Sacerdote di Dio e glorioso Patriarca S. Domenico, che foste l’amico, il Figliuolo prediletto e il confidente della Celeste Regina, e tanti prodigi operaste per la virtù del Santo Rosario; e Voi, Santa Caterina, figliuolo primaria di quell’Ordine del Rosario e potente mediatrice presso il trono di Maria e presso il Sacro Cuore di Gesù, da cui aveste scambiato il cuore; Voi, Santi miei cari, guardate le mie necessità e abbiate pietà dello stato in cui mi trovo. Voi aveste in terra il cuore aperto ad ogni altrui miseria, e la mano potente a sovvenirle; ora in Cielo non è venuta meno né la vostra carità, né la vostra potenza. Pregate, deh! Pregate per me la Madre del Rosario ed il Figliuol divino, giacché ho gran fiducia che per mezzo Vostro ho da conseguire la grazia che tanto desidero. Così sia. Amen.
Tre Gloria Patri
Un Gloria Patri in onore di san Vincenzo Ferreri per combattere l’Anticristi e le sue legioni
Un Gloria Patri in onore di di S. Tommaso d’Aquino per ottenere e conservare il dono della purità.
Un’Ave Maria per la canonizzazione del Beato Bartolo Longo.


Note:
[1]: Cfr: “Petrus, flos pulchritudinis,/Et virtutum sacrarium…” (https://nihilvolitur.blogspot.it/2017/04/petrus-flos-pulchritudiniset-virtutum.html)
                     


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